mercoledì 28 settembre 2011

Simone


Storia del primo amore.
Lui era nella classe blu, io in quella piccola dei rossi. 
Ci incontravamo nel grande cortile di sassi e giocavamo insieme. Lui era lì per me, mi difendeva dai bambini che dicevano troppe cose, rubavano la palla e ti costringevano a giocare. Io e lui stavamo nei nostri grembiulini colorati e ci tenevamo per mano. Una piccola grande persona importante, fino a quando ogni estate ci portava via.
Per andare a scuola arrivavamo da due posti diversi, ma ci incontravamo al grande incrocio dei quattro semafori e lui, coraggioso e cavaliere, attraversava la strada per me. Non eravamo nella stessa classe e ogni mattina ci infilavamo nel negozio e lui si faceva preparare un panino per la merenda. Ho sempre pensato che fosse una persona di grande valore, perchè ogni giorno faceva questa cosa del panino. Dopo ci si aspettava e di nuovo, si camminava  insieme, a volte insisteva con la sua sorellona per portarmi fino a casa e la strada era lunghissima. Per dimostrargli quanto ci tenevo attraversavo con lui sulle strisce pedonali del vigile: pericolose e vietate dalla mamma. 
Il nostro pensiero più importante era il verificare se esisteva davvero questa reciproca lista con su i nomi dei bambini che ci piacevano di più. Ci giuravamo con grande solennità che ognuno di noi era sempre il primo della lista. E anche così ci tenevamo per mano, fino a quando ogni estate ci portava via. 
Ma un'estate è stata per sempre. A settembre non l'ho più rivisto e avevo il terrore di non essere più la prima della lista. Mi immaginavo di prendere di nascosto il grande viale, dove ogni giorno lo vedevo scomparire, per trovarlo e chiarire la faccenda.
Fino a che un giorno, non mi ricordo dove e quando, ho sentito due grandi parlare e raccontare la storia di quel bimbo annegato per errore, in piena estate e mai tornato. 
E ho capito, come si capisce quando senti il sangue farsi ghiaccio.

Anni dopo l'ho rivisto: seduto due panche davanti a me, con di fianco la sorella. Lei più vecchia, lui proprio come quando l'avevo visto l'ultimo giorno di scuola a sette anni.
Le bisce nello stomaco e gli occhi fissi su quella personcina. Ovviamente non era lui, credo fosse suo nipote, nato poco dopo quell'ultima estate, uguale e bello come lui. 
E avrei voluto tenerlo per mano.

RAGU' DI LENTICCHIE SLOW

2 carote
1 cipolla
2 spicchi d'aglio
240 gr di lenticchie rosse
6 cm di alga kombu
1 bottiglia di pomodori a pezzettoni (o di salsa)
acqua

Pulire le verdure, tritarle. Tagliare un pezzetto di 6 cm di alga e tagliuzzarla in obliquo sui lati. Mettere tutti gli ingredienti nella pentola della slow cooker e coprire d'acqua. Accendere alla temperatura alta e lasciare cuocere per circa 5 ore.

Un ragù vegetale, leggero e delicato. L'alga kombu facilita la cottura di tutti i legumi. Quando preparate legumi che hanno bisogno di ammollo, lasciateli insieme al pezzettino di alga, poi cucinate tutto insieme. Inoltre l'alga insaporisce il sugo e in questo modo serve meno sale. Io poi a cottura ultimata la elimino, ma se vi piace può essere mangiata. La cottura nella slow cooker è perfetta per i ragù, perchè i sapori rimangono integri, così come la consistenza degli ingredienti, in particolare le lenticchie non si sono trasformate in un purè.

venerdì 16 settembre 2011

Senza perdere i sassi


Cerco una fonte di acqua gelata, per disintossicarmi, per depurarmi. Vorrei lavarmi via le tracce di ciò che è passato per rivedere il mio viso prima di tutto. Vorrei entrare in una cascata, per recuperare energia e dimenticare, per cancellare. Vorrei un nuovo battesimo, per una nuova rinascita. Per un camice bianco, per non vedere le macchie. Per sentirmi nuova. Vorrei un rito di iniziazione per lasciare indietro e passare oltre, per simbolicamente chiudere ed aprire. Vorrei un tempo silenzioso e intimo, in cui decantare le esperienze, osservare i sentimenti, liberare le sensazioni e costruire nuovi pensieri inediti. Vorrei essere dentro un cerchio e nello stesso tempo essere sola al mondo. 
Vorrei essere come sono senza i sassi, ma non vorrei perdere mai uno dei miei sassi, nemmeno il più tagliente. 

TORTINO AI FUNGHI O QUICHE DELLA TRATTORIA

per la pasta matta:
300 gr di farina di farro setacciata
5 cucchiai di olio extra-vergine d'oliva
50 gr di sesamo

per il ripieno:
500 gr di funghi champignon
1 cipolla rossa
1 spicchio d'aglio
1 confezione di panna vegetale d'avena
sale
pepe
prezzemolo

Tostare in una padella antiaderente il sesamo fino a quando comincia a saltellare allegro. Preparare l'impasto con la farina, l'olio, il sale, l'acqua e il sesamo. Deve diventare una palla morbida ed elastica. Mentre si prepara il ripieno tenere la pasta in frigo. Pulire e affettare i funghi. Rosolare una cipolla affettata sottilmente con lo spicchio d'aglio e quindi aggiungere i funghi. Trifolare per qualche minuto e aggiungere la panna vegetale. Portare a cottura, ma i funghi devono rimanere sodi. Tritare il prezzemolo, unirlo ai funghi e aggiustare di sale e pepe.
Stendere la pasta in una teglia da crostata, bucherellare con una forchetta e versare il ripieno di funghi.
Cuocere per 25\30 minuti in forno ventilato a 170°.


Quando due amiche si trovano su FB e iniziano a ciacolare può succedere che pensi ad abbinamenti, elenchi ingredienti, pregusti abbinamenti e poi si decide di fare un tortino come questo.O almeno è quello che succede con lei. Preparato per la cena di un weekend in campeggio montanaro e senza fornello. La torta è vegana, la panna vegetale è perfetta!

venerdì 9 settembre 2011

La relazione finale

Lunedì.
Ci vediamo dopo il breve tempo del distacco. Mi dici con lo stomaco che mi vuoi bene, ti dico con il cuore che ti voglio bene. L'anello di un abbraccio sugella l'inizio della fine. Andiamo sul monte sacro, parliamo apparentemente come al solito, confidandoci pensieri ed emozioni, offrendoci reciprocamente le nostre linee d'ombra, anche quelle più buie. O almeno credo. Mi dici che lui ti ha dato un po' il tormento, ho pensato a causa della sua totale incapacità di stare fermo e di occuparsi con frenesia delle cose, degli altri. Mi parli dell'altro lui, con gli occhi lucidi, mi dici è sempre stato in prima pagina, nascondo il mio principio di nausea e penso che sei buona. Non è vero. Mi dici che per soldi non si può fare una cosa.
Al pomeriggio mi dici che lui insiste per incontrarci, per organizzare il lavoro. Vuole farlo domani, io faccio una smorfia. Volevo un po' di tempo libero. Mi dici di non preoccuparmi: "Lo faccio fuori io." Rimango colpita e rido, no ci sono.

Martedì.
Lo incontriamo. Lui mi accenna ancora dell'altro, cerco di dirgli che sono cose loro, al di fuori del lavoro, di non portarle più. Era quello che avevamo deciso. Arrivi, sei tesa, lo sento dalla voce, lo vedo dalle mani. Il tono è secco, duro. Lui dice che l'altro lo vuole fare fuori. Gli dico che è impossibile, che non può decidere l'altro, è l'ultimo che può farlo. Così avevamo concordato, ma stai zitta e non ho sentito quel silenzio. Poi inizi a farlo fuori, proprio come avevi detto. Vedo lui tremare e lo trovo inaccettabile. Gli dici che per soldi non si può fare una cosa. Ci vedremo lunedì. Vado, la testa non ha capito, l'anima si e mi sento dissonante. Mi chiami e ti dico: "Non deve succedere più, non voglio fare del male". Mi assecondi, sembri preoccupata dei miei pensieri.

Mercoledì.
Ci vediamo, qualcosa è rotto e siamo imbarazzate. Tentiamo di recuperare con il caffè al "nostro baretto", è uno sforzo, ma sembra ci riusciamo. Concordiamo cose che non saranno più fatte. Nel pomeriggio mi chiami perchè hai bisogno di un consiglio. Ci siamo.

Giovedì
E' la data ufficiale dell'inizio. La prova del nuovo corso, del cambiamento. Ci sembra andato tutto bene. Diciamo di credere nel cambiamento. Mi ribadisci che anche se venerdì io non ci sono, vuoi davvero vedere lei e lo trovo bello.

Venerdì
Mi chiami, si sposta l'appuntamento con lui perchè hai impegni tuoi. Ti dico che se serve, io posso vederlo lo stesso, per confrontarmi, per dare uno spazio. Va bene, ma poi mi richiami per dire che le parti le dobbiamo fare a livello personale. Parliamo due lingue diverse, non ci capiamo. Mi fermo e ti chiedo perchè ci stiamo dicendo quelle cose e in quel modo. Allora la guerra non è finita? Ci siamo ancora dentro? La guerra è di lui e dell'altro lui. Non doveva essere nostra. Sembra che parlando del niente si ritrovi la stessa linea, l'accordo, il bene. Concludi: "Ti dico solo che da ora dividerò le scelte professionali da quelle personali". La parola professionale è sbagliata, ma ancora non lo so. Rimango con un moto sordo dentro di me e decido di parlarne con nessuno, sperando nella fantasia.

Lunedì
Dovevamo vederci, ma stranamente non ci sei. Sono lì sola e sono fessa. Al telefono continui a dire: "Mi dispiace". So che non sei dove dici di essere. E' il bacio che mi fa piangere e inizio a muovere la mia ribellione. Prima di sera per caso, perchè tu non le rispondi al telefono sento lei e scopro che la fantasia è la stessa, ma è quella sbagliata. Stiamo a vedere.
Alla sera, nell'istituzione ci siamo: l'altro lui, lei, te e io. Parli per 20 minuti. La voce non è tua, le parole nemmeno, oramai più pensieri. Dici io ho fatto, ho chiesto, ho deciso e chiudi il tuo, anzi no il suo farlo fuori. Soldatino senza dignità, burattino senza fili. Sto zitta. Vedo tutta la recita, tutto il nero, tutto il buio. E chiedo un foglio, in cui nervosamente dichiaro che io ne sono fuori.  
Dirò solo questo e a differenza di ciò che poi avrai fretta di raccontare agli altri, non è dopo una decisione che me ne sono andata. E' prima. Quella scelta e la puzza di merda che ha è solo tua. E di quell'altro. Tronfio e compiaciuto, nell'illusione di una falsa vincita di materia. Dopo due minuti e chiedendoti conto della vergogna che non hai anche lei va. Entrambe per sempre.

La prostituta siede sulla bestia, che la sostiene. Dice Giovanni. Io cammino guardando negli occhi le persone e verso l'alto. Questa è la sottile differenza tra me e te, tra quello che farò io e quello che farai te. Questo è il mio punto di vista.

mercoledì 7 settembre 2011

Goodbye Signora Fletcher


La signora Fletcher non era affatto una gattina abbandonata e affamata, ma da come si poteva intendere dallo sguardo, una tipa in cerca di avventure. Dopo circa una settimana nel pollaio abbiamo scoperto che aveva una sua  personalissima Cabot Cove e che i suoi coinquilini allarmati la stavano cercando disperati, perchè la signora Fletcher non era mai stata lontano da casa per così tanto tempo. Il paese era tappezzato di manifesti che cercavano questa monella. Quindi un po' tristi e un po' contenti, dopo ottomila bacini, l'abbiamo lasciata andare. 
Ovviamente non siamo una famiglia standard che quando vive la perdita di qualcuno, dice MAI PIU', no siamo una famiglia balenga che dopo solo una settimana con la nostra personalissima Signora in Giallo ha incautamente deciso di prendersi un altro gatto e un altro cane, per lenire il dolore del distacco.
Ora ditemi voi: il cane che c'entra?

PASTA CON MELANZANE E FETA

1 melanzana
3 pomodori maturi
1 cipolla
origano fresco
1 confezione feta greco
210 gr orecchiette
olio extravergine d'oliva

Affettare sottilmente la cipolla e dorarla in padella con un cucchiaino di olio extravergine. Nel frattempo lavare i pomodori e ridurli a dadini, aggiungendoli alla cipolla. Pulire e tagliare a cubetti la melanzane e unirli alla verdura. Cospargere con un cucchiaino di sale e portare a cottura a coperchio chiuso. All'ultimo unire i fiori d'origano.
Lessare la pasta al dente e spezzettare il feta. Condire con la verdura e con il feta e servire.

Il sapore d'estate tutto dentro un piatto.

domenica 4 settembre 2011

La Signora Fletcher


E' arrivata così, un po' per caso e in silenzio. Ha innanzitutto fatto domanda di impiego dove lavora il galletto, ma il suo curriculum ero troppo specifico e anche di un certo livello per cui lì non poteva stare. Il galletto però, intuendo il grande potenziale, le ha offerto un posto nel pollaio e lei, forse un po' confusa per il jet lag, ha accettato. E nel pollaio ci ha messo le tende. Si chiama Signora Fletcher, perlustra la casa in cerca di misteri e porta avanti indagini pericolose, intrufolandosi in bilico tra libri, bicchieri o qualsiasi cosa abbia un aspetto fragile. Non indietreggia davanti a nulla, nemmeno davanti alle bionde alte snelle abbaianti, nemmeno ai gatti di 9 kg dalle zampe cicciose, nemmeno davanti agli aspirapolveri che vanno da soli.
Ha intenerito Agamennone che già dopo poche ore è pronto a seguirla dappertutto.
Ha intenerito Nina che è convinta che dentro ad ogni  gatto c'è un cane.
Ha intenerito La Gnoma che ha deciso di dividere la camera con lei.
Ha intenerito Il Galletto che ha voglia di frullarla di coccole.
Ha intenerito La Gallina che le ha già confidato certi segreti.
Ora lei sta un po' sulle sue, è una tipa indipendente, ma prima o poi la inteneriamo anche noi.





MUFFIN DI CASTAGNE


200 gr di farina di farro spelta setacciata
100 gr di farina di castagne
1 bustina di cremortartaro
120 gr di zucchero
1 cucchiaino di sale
2 uova
100 gr di  burro di soia
15 cucchiai di latte di riso

Mescolare insieme tutti gli ingredienti secchi: farine, lievito, sale e zucchero. In un altro recipiente mescolare tutti gli ingredienti morbidi: burro di soia, uova, latte. Unire i due composti e girare con il cucchiaio di legno per 12 volte. Distribuire il composto negli stampi per muffins, riempiendolo a metà. Cuocere per 25 minuti a 180° in forno già caldo, fare la prova stecchino e quindi sfornare, lasciandoli raffreddare su una griglia.

Ho preso spunto per questa ricetta da Zenzero&Cannella, con qualche mia modifica personale. La giornata uggiosa di una domenica di inizio settembre dentro un pollaio in cui i calendari sono ancora ostinati sul mese di agosto richiedeva un dolcetto e con la farina di castagne inizio a prendere l'autunno in dose omeopatiche! Infine propongo questi muffins alla mia omonima Lo: vanno benissimo per la colazione e inoltre li puoi surgelare! La sera ne tiri fuori uno per il mattino. Che dici? Intanto ci penso ancora un po'.....