lunedì 31 gennaio 2011

L'elemento umano


Noi siamo l'elemento umano nella macchina
E siamo liberi sotto alle nuvole 
Noi siamo l'elemento umano nella macchina 
E ci facciamo del male per abitudine
Lorenzo Jovanotti - Ora

Abbiamo da sempre inventato, creato, costruito migliorando le nostre azioni, ottenendo di più, realizzando, arrivando oltre. Occhi sgranati degli esseri umani di fronte ad ogni nuova scoperta e per secoli la sensazione di essere sopra tutto, di poter ogni cosa, di entrare in ogni caso. Abbiamo inventato attrezzi e macchinari sempre più sofisticati, per molto tempo sapendo quello che si stava facendo, magari solo nel qui e nell'ora, ma sapendolo. L'abbiamo fatto con tale costanza ed energia che oramai le macchine sono più di noi, sono più forti di noi, sono ovunque siamo noi e anche dove non siamo. E nel tempo è nata una forte sensazione di delega, si è dato loro un potere immenso, mettendo a disposizione la nostra vita e la nostra testa. Dimenticandoci di quando si pensava di poter ogni cosa. 
Non si sa quando e come l'ordine si sia sovvertito, ma ora le macchine, le tecnologie sono spesso dominio. 
Ma le macchine sono noi, sono noi anche se ci siamo dimenticati di averle costruite, di averle prodotte. Ci siamo dimenticati che noi siamo i creatori e loro i prodotti, noi siamo i propietari e loro gli strumenti.
Allora devo fermarmi e pensare. Non voglio subire, non voglio essere ingranaggio, ma avere la possibilità di schiacciare il bottone. Sapere quando spegnere e quando accendere. Non voglio nascondermi dietro un dito e rifiutare quello che è frutto dell'evoluzione, tornare ad altri mondi senza macchine, per paura.
A cosa serve negarli, non conoscerli, ignorarli quando già ci sono, quando esercitano la loro forza subdola su un sacco di persone che si consumano. Chi è consapevole, chi può tramutare in bene il male lo deve fare. Chi sa usarli come strumenti per trasmettere senso e contenuti non deve non farlo. Mi sembra vile. Ci sono in mezzo e lo faccio, cercando di rimanere lucida e non subire la deriva.
Io non riesco a non coltivare la mia parte umana.

PANE DI SEGALE CON PASTA MADRE


200gr di pasta madre
300 gr di farina di segale integrale
400 gr di farina di grano tenero 2
acqua
1 cucchiaino di malto d'orzo
sale
semi di girasole
Iniziare l'impasto al mattino
Sciogliere la pasta madre in un po' d'acqua tiepida e lasciarla riposare mezz'ora.
Unire la farina di segale, amalgamare unendo se la farina lo richiede altra acqua. 
Poichè la farina di segale assorbe più acqua delle altre farine e lo fa impiegandoci più tempo è necessario aspettare almeno 20 minuti prima di unire l'altra farina e il sale.
Unire quindi la farina di grano tenero, il malto e il sale e impastare a lungo, in modo da ottenere un impasto morbido ed elastico, eliminando l'aspetto granuloso tipico della segale.
Lasciare lievitare coperto da un telo fino a sera. Quindi reimpastare e fare tre giri di pieghe
Ricoprire con il telo e lasciare lievitare per l'intera notte in un luogo fresco (o in frigo). 
Al mattino seguente reimpastare rifare i tre giri di pieghe, dare la forma desiderata e mettere il pane sulla piastra di cottura in modo da non toccarla più.
La pasta è lievitata quando sulla superficie si sono formate delle spaccature, circa dopo 4 o 5 ore. (Dipende dalla temperatura dell'ambiente).
Riscaldare il forno a 220°, funzione ventilata e mettere un pentolino d'acqua al suo interno.
Spennellare la pagnotta con dell'acqua in cui si è sciolto un po' di malto e distribuire i semi di girasole.
Cuocere per 5 minuti a 220° e poi ridurre la temperatura a 180° e proseguire per 40 o 50 minuti, fino a cottura ultimata.
Lasciare raffreddare il pane inclinato sulla spianatoia e coperto da un panno di cotone.

Questo pane è profumato e morbido, rimane così per tutta la settimana. Ho seguito per prepararlo i consigli trovati in un utile e bel libro dedicato alla lievitazione naturale: Facciamo il pane di Annalisa De Luca - ed. Terra Nuova, da cui si impara moltissimo.

lunedì 24 gennaio 2011

Segni sulla pelle


Ostentano segni sulla pelle. Ferite, tracce, squarci che sembrano vogliono tagliare un involucro, come se si cercasse di guardare dentro, dentro sè. Ostentano ostinati reticoli di tagli per sapere se sentono. In realtà non è vero: non ostentano. E' la sfacciataggine dell'incuranza dei loro gesti che rappresentano per il mio pensare coltellate lancinanti. E io li ho visti per caso, spiando, mentre vicine sul tavolo leggevo le pagine con loro, la camicia che scivola, la pelle che toccava la pelle e il contrasto tra integro e imperfetto. Hanno violentato il mio ben pensare, il mio quieto vivere, la pace del mio stomaco.
Anna mi ha detto che il senso del tatto non è quello di conoscere le cose, ma quello di conoscermi, percependo ciò che estraneo mi tocca, mi permette di incontrarmi. Nella relazione non incontro solo gli altri, ma riflettendomi negli altri posso sperimentare io che sono.
Attraverso l'esperienza crudele di lacerare la pelle, aprono un baratro sul loro vuoto, nella speranza di incontrare qualcuno, di incontrare sè.
L'estrema esperienza dell'abbraccio negato, del tempo perso perchè non passato nelle braccia di chi ti doveva cullare, l'ennesimo prezzo di avere troppe cose e poco sentire, l'espressione fisica di un urlo disperato di chi, navigando nella bolla, non riesce a spaccarla scontrandosi con altri.
Forse la chiave è accogliere con profonda riverenza i tagli simmetrici, che disegnano una silente richiesta di voglia di sentire il vero, abbandonando il finto.

CIPOLLINE IN AGRODOLCE

per 3 persone:
500 gr di cipolline già pulite
60 gr di uva passa
2 cucchiai di olio d'oliva
3 cucchiai di vino rosso
2 cucchiai di aceto balsamico
1 cucchiaino di zucchero di canna grezzo
sale

Mettere in un tegame le cipolle con l'uva passa, l'olio, l'aceto, il vino e lo zucchero. Aggiungere 1,5 dl di acqua e mescolare bene. Cuocere a fuoco medio fino a quando il liquido sarà assorbito e le cipolline sembreranno glassate. A metà cottura salare.

Semplicemente buone! Altro non c'è.

lunedì 17 gennaio 2011

Freddo!


Freddo...freddo, freddo! Non mi piace aver freddo, mi piace aver caldo. Penso freddo, mentre corro dalla porta alla macchina, mentre spremo il tubetto di crema sulla mani, mentre mi chiedo perché devo uscire o se posso organizzare il mio mini mondo da casa. Sento freddo, anche se mi avvolgo nelle sciarpone di lana morbida o anche se sto così vicinissimo alla stufa, tanto da scottarmi il fondoschiena. Sento freddo, quando mi infilo a letto e i piedi si congelano in un attimo e faccio moine incredibili al signor gatto, sperando si infili sotto il lenzuolo. Vedo freddo, quando al mattino apro e l'auto del vicino è bianca di ghiaccio. Lo vedo quando il sole s'arrossa e si nasconde tra le nubi di un gelido grigiastro e allora chiudo di corsa tutte le persiane di casa, nel tentativo di mettere una spessa barriera tra freddo e cuore. Mi accorgo del freddo soprattutto quando aleggia l'umidità e lo preferisco quando l'aria è così secca che pelle, capelli e tutto si strizza e si liscia. Cerco di presagirlo spiando tra le fessure al mattino, pregando che torni il sole. Provo a dimenticarlo, alzando al massimo il riscaldamento della macchina, spargendo briciole e semi per gli uccellini in giardino e coltivando il mio sole interiore.

CROSTATA DI PERE AL VINO ROSSO

per la pasta:
500 gr di farina tipo 0
2 uova di galline allevate in libertà
250 gr di burro
150 gr di zucchero canna grezzo più altri 30 gr
1 pizzico di sale

per il ripieno
4 pere decana grandi
1 stecca di cannella
zenzero fresco
mezzo litro di vino rosso dolce
150 gr di marmellata di ribes
amaretti

Preparare la frolla unendo la farina, lo zucchero, le uova, il burro ammorbito. Impastare velocemente fino ad ottenere una palla, che si metterà in frigo per almeno un'ora.
Nel frattempo sbucciare e affettare le pere, portare ad ebollizione il vino rosso,  a cui è stato aggiunto lo zucchero, la cannella e lo zenzero grattugiato. Aggiungere le pere e cuocere fino a quando saranno cotte, ma non sfatte. Scolarle.
Stendere in una stampo da 24 cm una parte della frolla. bucherellarla con una forchetta. Sbriciolare gli amaretti e ricoprire il fondo della torta. Distribuire le pere. Stendere un'altra parte della pasta e sistemarla sul ripieno. Con un taglia biscotti incidere  6\7 stelle e togliere la pasta.
Sigillare i bordi e cuocere in forno caldo a 180° per 35 minuti.
Una volta sfornata la torta, ammorbidire scaldandola in un pentolino la marmellata di ribes e versarla nei fori a forma di stella. Una volta fredda spolverizzare con lo zucchero a velo (io ho tappato i buchi con i biscottini cotti dai ritagli di pasta).


L'idea per questa torta l'ho presa da "Il meglio di Sale e Pepe - Torte di festa", modificandola un po'. Non ho fatto la pasta suggerita a base di farina, burro e acqua perché non mi ispirava e dovendo portare la torta da amici non volevo sperimentare sulla loro pelle. Così ho scelto la frolla classica, che ho preparato in grande quantità tanto che oltre alla crostata grande, ne ho preparate due piccole più una bella serie di biscottini.Proverò magari la ricetta originale, perché in realtà quel tipo di pasta mi incuriosisce! La torta era squisita, deliziosa e ha fatto un bell'effetto, più di quanto sembra da queste foto orride!




giovedì 13 gennaio 2011

Non abbiamo aspettato altro che trovarci stasera

Eccomi di un fiato. La settimana appena iniziata è già nella sua metà e faccio il resoconto. Ho pensato davvero di fermarmi ogni tanto e fare mini bilanci per non ritrovarmi o ritrovarmi il meno possibile in quei periodi in cui si subisce il vivere. Sapevo da subito che sarebbe stata intensa e impegnata, ricca di appuntamenti e momenti. Ma non volevo l'effetto cascata, vorrei governare. Per farlo uso lo strumento della scrittura, lascio la traccia come Pollicino lasciava i suoi sassolini per non perdersi.
Ho ripreso il lavoro: respiro. Un inizio arruffato e singoli incontri di persone, lunghi colloqui. La mia voce che trova metafore per aiutare a sciogliere i nodi di piccole grandi esistenze complicate. Consolare chi porta un nuovo apparecchio spaventoso, sostenere chi non trova la forza di essere, chi vorrebbe uccidere in nome di sua madre e chi il nome di sua madre, chi vorrebbe cancellarsi.
Chi ha paura a dire che ha paura e nasconde nel suo cuore fiori e farfalle. Me lo chiedo cosa pensavano quegli enormi occhi nocciola mentre le dicevo che io guardandola vedevo dentro di lei farfalle dai colori incantevoli e fiori dai profumi ammalianti. Me lo chiedo se pensa che sono una pazza o se ha capito che ho visto.
Mi chiedo anche se lui si è reso conto di quello che ha detto. "Mi devi dare la voglia!" E si sarà reso conto che ho avuto paura? Paura che, sapendo di non poter dare quello che vuole, proverò a stare con lui senza sapere quale sarà il porto.
Portare le piccole parti di vita deposte tra le mani e consegnarle con devozione a chi lavora con me, concentrarsi nella traduzione di quando mietuto perchè sia colto e messo in un circolo generativo e temere che in ogni soffio si può cadere nella banalità.
E poi ce l'ho fatta. Sono solo tre giorni, ma ce l'ho fatta. Ho aperto la porta di casa e ho lasciato tutto questo fuori per entrare nel mio intimo e amare i miei di fiori. Per godere delle gioie della mia gnoma.
"Lo sai, tua figlia è una bella piccola persona." Lo so, ma sapere di non essere l'unica è gioia, che ora qui brindiamo orgogliosi. Per godere delle gioie di amare. Per godere del pranzo con un'amica e del giro in biblioteca da sola, del tempo in cui ho guardato ciò che è mio, della cena con lui e sapere che entrambi non abbiamo aspettato altro che ritrovarci stasera.
Buonanotte.

INDIVIA BELGA GRIGLIATA CON ARANCIA


per 4 persone:
6 cespi di indivia belga
2 arance
20 gr di nocciole tostate
pepe
olio extravergine d'oliva
sale marino integrale
pepe

Grattuggiare un cucchiaino di scorza dalle arance, poi mescolarlo a lungo con 2 cucchiai di olio extravergine d'oliva. Pulire i cespi di indivia belga, dividerli a metà e asciugarli. Grigliarli su una piastra calda per alcuni minuti da entrambi i lati.
Mettere l'insalata in una pirofila, condire con sale e l'olio aromatico, coprire e lasciare a marinare, mettendola in un luogo caldo (io l'ho messa sulla stufa, ma va bene anche nel forno a 100°).
Pelare le arance, tagliarle a cubetti e condire con sale e pepe. Tritare le nocciole nel mixer.
Al momento di servire, mettere l'insalata in un piatto e contornarla con le arance. Cospargere sull'indivia le nocciole tritate.

Ecco un contorno davvero scintillante. Insomma è leggerissimo, ma saporito e curato, non sembra di mangiare solo un contorno, è gratificante e goloso! L'arancio da equilibrio al buon amaro dell'indivia. La ricetta è su Cucina Naturale di gennaio 2011, prevedeva anche un letto di varianella, ma io ero senza.

Aggiornamento del 07\01\2014 : questa ricetta partecipa a Salutiamoci Gennaio 2014 ospitato da Girovegando In Cucina

lunedì 10 gennaio 2011

Verso un bianco terso


Opss è passato Natale...e pure l'ultimo dell'anno, la Befana e soprattutto ogni singolo giorno di beata vacanza che mi ero concessa. Passati in parte a rilassarsi e a recuperare forze ed energie perchè non posso negarlo questa stagione nebbiosa e interiore un pochino mi ha consumato. Passati anche a fare ordine e pulizia dentro di me.
Quando ho questi periodi il primo a giovarne è il pollaio, perchè se devo fare piazza pulita dentro di me, allora inizio a fare ordine in casa.
Attacco gli armadietti più disordinati, le stanze più dimenticate, gli angoli più confusi. E mentre l'ordine e il profumo del fresco trovano spazio fuori, dentro di me tutto un po' si allarga, tutto si accomoda. E dietro di me i sacchi e gli scatoloni delle cose da buttare, di quanto riciclare, di quello che posso regalare e di ciò che devo restituire. Alcune parti vengono restituite con devozione e rispetto, altre semplicemente spedite al mittente senza cerimonie. Sempre l'effetto per me è però di leggerezza, di respiro.
Ma evidentemente c'è un angolo scuro e nero, un nucleo ben avvolto dalla sua membrana protettiva che ancora non è pronto ad essere svelato. Non riesco a guardarlo e nemmeno a lasciarlo. Sembra navigare nei flutti della delusione e desiderare le correnti della solitudine, ma tende in modo naturale verso una luce brillante, che ancora è da venire.
Imparo con affanno a trovare il bello di questo nero satinato, che per ora assorbe tutta la luce di ogni colore fino a quando si trasformerà in bianco terso.
Buon anno amici miei.

LASAGNE CON CAVOLO CAPPUCCIO E CREMA DI RICOTTA

per 4 persone:
250 gr di lasagne fresche 
1 cavolo cappuccio
1 ricotta fresca
1 confezione di panna di cucina d'avena 
3 o 4 cucchiai di parmigiano reggiano
2 cucchiai di olio extravergine d'oliva

Tagliare a striscioline sottili il cavalo cappuccio, poi farlo rosolare nell'olio, quindi cuocere per 5 minuti con il coperchio chiuso. 
Nel frattempo frullare la ricotta con la panna vegetale, aggiungere il pepe. Unire la crema al cavolo cappuccio e mescolare.
Ungere la teglia, foderare con i fogli di lasagna,versare 4 cucchiate di crema e coprire con altra pasta. Alternare la pasta e la crema fino ad esaurire gli ingredienti, nell'ultimo strato mettere la crema e polverizzare con il parmigiano reggiano. Cuocere a 180° per venti minuti.

Ecco il nostro piatto principale per il nostro intimissimo ultimo dell'anno. Ho rivisitato una proposta di Cucina Naturale di gennaio 2011 a modo mio, per preparare un piatto unico ricco, gustoso e veloce. Sicuramente da provare anche l'idea originale con le lasagne fatte in casa al farro.